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Emanuela Cervato (Aberystwyth, Wales)



Copernico tra umorismo e filosofia: appunti sul leopardismo pirandelliano


Copernicus between Humour and Philosophy. Notes on Leopardi and Pirandello
The aim of this article is to explore some of the motifs Leopardi and Pirandello have in common, focusing in particular on the role and value they assign to knowledge, and the implications its discoveries have for human beings. Both authors see reason and philosophy as destructive powers as their progress resides mainly in showing the falsehood of what human beings believed to be true. The clearest example of the negative power of rational activity is revealed in the authors' view of the Copernican revolution: by destroying the geo- and anthropocentric illusions which had allowed humankind to escape from the reality of their condition, Copernicus deprived human beings of their nobility and dignity, showing them their insignificance. Having lost their place in the hierarchy of things, humankind will nonetheless persist in their error and continue to see themselves as masters of the universe, thanks to their arrogance and their refusal to accept the evidence of the way things are. Humour becomes the artistic instrument through which both authors analyse the world: the humorist reflects upon the illusory view human beings have of themselves, and laughter becomes the only remedy against the unhappiness caused by philosophy and the Copernican theories. As Eleander/Leopardi states "laughing at our ills is the only benefit we can draw from them and the only remedy we can find in them."

 

La dolorosa coscienza dell'ineluttabile infelicità destinata dalla natura alle proprie creature e la nozione dell'arte come 'smascheratrice' delle false apparenze della vita non sono che due dei motivi che accomunano Leopardi e Pirandello, "due delle figure più rappresentative in assoluto del nostro tempo" (cf. Ferrucci 1987: 149-159), le affinità sono riscontrabili sia nel confronto diretto degli scritti 'letterari' dei due autori, sia nell'analisi dei saggi teorici, il labirinto speculativo dello Zibaldone nel caso del primo, i due cardini de L'umorismo e Arte e scienza per il secondo.1 1 L'accostamento fra i due scrittori è ulteriormente suggerito e giustificato da Pirandello stesso con i suoi numerosi riferimenti diretti al pensiero del Recanatese nel primo dei due saggi sopra ricordati. Lo scopo di questo articolo è pertanto quello di esaminare alcuni dei punti di coincidenza nella filosofia dei due artisti, con particolare riguardo al ruolo e valore da essi assegnato alla conoscenza umana e alle implicazioni delle sue scoperte.

Sull'appena ricordata funzione dell'arte, Pirandello esponeva i suoi principi in un noto brano dell'Umorismo:

Quanto più difficile è la lotta per la vita, e più è sentita in questa lotta la propria debolezza, tanto maggiore si fa poi il bisogno del reciproco inganno. La simulazione della forza, dell'onestà, della simpatia, della prudenza, in somma d'ogni virtù massima della veracità, è una forma d'adattamento, un abile strumento di lotta. L'umorista coglie subito queste varie simulazioni per la lotta della vita; si diverte a smascherarle; non se n'indigna: è così! (Pirandello 1960b: 158)

Queste nozioni saranno poi riconfermate qualche pagina più avanti:




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Maschere, maschere ... Un soffio e passano, per dar posto ad altre. Quel povero zoppetto là ... chi è? Correre alla morte con la stampella ... La vita, qua, schiaccia il piede a uno; cava là un occhio a un altro ... Gamba di legno, occhio di vetro, e avanti! Ciascuno si racconcia la maschera come può la maschera esteriore. Perché dentro poi c'è l'altra, che spesso non s'accorda con quella di fuori. E niente è vero! Vero il mare, sì, vera la montagna; vero il sasso; vero un filo d'erba; ma l'uomo? Sempre mascherato, senza volerlo, senza saperlo, in quella tal cosa ch'egli in buona fede si figura d'essere: bello, buono, grazioso, generoso, infelice, ecc.ecc. E questo fa tanto ridere, a pensarci. Sì, perché un cane, poniamo, quando gli sia passata la prima febbre della vita, che fa? mangia e dorme: vive come può vivere, come deve vivere; chiude gli occhi, paziente, e lascia che il tempo passi, freddo se freddo, caldo se caldo; e se gli dànno un calcio se lo prende, perché è segno che gli tocca anche questo. Ma l'uomo? Anche da vecchio, sempre con la febbre; delira e non se n'avvede; non può fare a meno d'atteggiarsi, anche davanti a sé stesso, in qualche modo, e si figura tante cose che ha bisogno di creder vere e di prendere sul serio (Pirandello 1960: 153-154).

Leopardi dal canto suo aveva dato voce a simili convinzioni in alcune pagine zibaldoniane del settembre 1823, quando, parlando dello scopo primario del dramma, aveva affermato come esso fosse quello "d'ispirare odio verso il delitto", suscitando nello spettatore compassione per chi è ingiustamente infelice,2 e come tale scopo fosse raggiunto solo nei drammi "a tristo fine", dato che

così va il mondo: il delitto e il vizio trionfa, i buoni sono oppressi, la felicità e l'infelicità sono ambedue di chi non le merita. Ma nel mondo il felice ha per lo più il nome di buono, e viceversa. Il dramma chiama la bontà e la malvagità col loro nome, e mostra il carattere e la condotta morale de' felici e degl'infelici qual ella è veramente. Quindi la sua grande utilità, quindi l'odio e il disprezzo originato dal dramma, verso i malvagi benché felici, e viceversa (Zibaldone: 3451).

Meno di un anno più tardi idee simili verranno ribadite per bocca di Eleandro-Leopardi nel corso del suo dialogo con Timandro; interrogato sulle ragioni della "sostanza e intenzione" dei suoi scritti, "colui che ha pietà degli uomini" enumera "diverse cose":

Prima, l'intolleranza di ogni simulazione e dissimulazione: alle quali mi piego talvolta nel parlare, ma negli scritti non mai; perché spesso parlo per necessità, ma non sono mai costretto a scrivere; e quando avessi a dire quel che non penso, non mi darebbe gran sollazzo a stillarmi il cervello sopra le carte. Tutti i savi si ridono di chi scrive latino al presente, che nessuno parla quella lingua, e pochi la intendono. Io non veggo come non sia parimente ridicolo questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascun sa che ormai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi gli nomina e da chi gli gode nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non esser conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine. Cavinsi le maschere, e rimangano coi loro vestiti; non faranno minori effetti di prima, e staranno più a loro agio.3




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Smascherate così dall'arte le false apparenze della vita, l'essere umano trova svelata davanti a sè la tragica condizione della sua esistenza, e il destino crudele di infelicità assegnatogli. E tanto più è grave questa infelicità per Leopardi quanto più è marcato il "sentimento vitale", cioè "la vita interna, ossia l'attività dell'anima, cioè della sostanza sensitiva, e concettiva".4

Se il progressivo raffinamento dell'attività speculativa porta nel Recanatese all'aumento della consapevolezza umana della propria infelicità, parallelamente il pirandelliano "triste privilegio di sentirsi vivere" è il prodotto di quella "macchinetta infernale" che, attingendo "i sentimenti dal cuore" li trasforma e fissa in idee e nozioni assolute, ovvero, in termini pirandelliani, in "veleno"; 5 come Pirandello spiega più ampiamente nel corso del saggio appena citato,

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l'anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in sé stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle forme dell'umana ragione (Pirandello 1960b: 152).

Questo momento di 'illuminazione' che porta Pirandello a comprendere l'intrinseco significato e valore della vita è alla base anche della rivelazione leopardiana della "contraddizione spaventevole" caratterizzante l'esistenza umana, cioè lo scarto incolmabile fra il desiderio di felicità e la sua irraggiungibilità. Tale scarto fra l'esistere, l'essere, e il non essere felici diviene così per Leopardi la prova ultima della falsità del principio di non contraddizione secondo cui non potest idem simul esse et non esse.6 Il valore negativo e "autocorrosivo" (Ferrucci 1987: 151) dell'attività razionale e conoscitiva, conducente alla scoperta della succitata contraddizione, viene ribadito anche da Pirandello nell'aforistico "accrescimento di scienza, accrescimento di dolore", nozione che egli fa risalire al tempo dei tempi" e a Salomone (Pirandello 1960b: 132).

La concezione sfavorevole della conoscenza trova spazio anche nelle ampie discussioni leopardiane che identificano nel divino "interdir chiaramente all'uomo il sapere" un "ostacolo agl'incrementi della ragione, come quella che Dio conosceva essere per sua natura e dover essere la distruttrice della felicità".7 La favola di Psiche, secondo Leopardi testimonianza che "l'Anima [...] era felicissima senza conoscere", e il racconto della Genesi da cui, constatando come la causa immediata dell'infelicità umana sia attribuita al sapere, il Recanatese deduce che "l'uomo non è fatto per sapere, la cognizione del vero è nemica della felicità, la ragione è nemica della natura",8 rafforza così la convinzione del valore negativo della conoscenza e si contrappone all'affermazione socratica secondo cui "c'è un solo bene, il sapere, e uno solo il male, l'ignoranza". 9 Questo valore negativo assegnato alla conoscenza e sapienza umana risale direttamente alla visione sfavorevole che Leopardi ha della filosofia/conoscenza, il cui progresso consiste secondo il Recanatese nello svelare e distruggere gli errori che di volta in volta caratterizzano le opinioni umane, mostrando di conseguenza "l'arido vero" della condizione umana.10 La negatività della ragione umana, e dei risultati cui essa porta, può essere attenuata nelle convinzioni leopardiane solo nel raggiungimento di una forma di pensiero che egli stesso definisce "ultrafilosofia",11 che "conoscendo l'intiero e l'intimo delle cose" possa ravvicinare l'umanità alla natura grazie a un "temperamento della natura colla ragione"; è l'intersecarsi cooperante fra queste due facoltà pertanto a poter garantire una forma di sapere più completa in cui la ragione riconosca, paradossalmente, l'impossibilità di giungere ad una conoscenza oggettiva della realtà circostante se non è coadiuvata dalla componente soggettiva di tale processo. Rivalutato così l'elemento soggettivo (cioè l'immaginazione e il sentimento) all'interno del procedimento conoscitivo l'alterità soggetto conoscente-oggetto conosciuto viene completamente riassorbita e nullificata. Una siffatta visione trova la sua controparte artistica nella concezione leopardiana della "poesia sentimentale" o "mista",12 risultato della proficua ed equilibrata cooperazione di ragione e sentimento, figli "della filosofia, dell'esperienza, della cognizione dell'uomo e delle cose", insomma del "vero", e contrapposta alla "poesia immaginativa" delle epoche più antiche, ispirata invece dal "falso".13




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Concetti non molto dissimili da questi esprime Pirandello quando, in apertura del saggio Arte e scienza, rimproverando Croce per aver accolto l'arte come attività teorica e non pratica dello spirito, nota che

[d]ato che una separazione possa farsi, parrebbe a tutti che l'arte dovesse piuttosto consistere nella seconda forma o attività, che implica la mutazione delle cose e la creazione, non la semplice comprensione di esse (Pirandello 1960a: 167)

mentre considera un "arbitrio" l'aver separato l'arte stessa, come conoscenza "intuitiva o espressione", dalla conoscenza "intellettuale o concetto" propria della scienza:

[...] l'arbitrio consiste appunto nell'avere fin da principio staccato con un taglio netto le varie attività e funzioni dello spirito, che sono in intimo inscindibile legame e in continua azione reciproca (Pirandello 1960a: 167).

Nella visione pirandelliana, l'esclusione degli "elementi soggettivi dello spirito" contribuisce a porre l'arte sullo stesso livello del meccanicismo (Pirandello 1960a: 168); nella pratica artistica, insiste Pirandello, pensieri, volontà e sentimenti si intrecciano continuamente, mentre la affermata divergenza fantasia-ragione non sarebbe altro che un rapporto prettamente dialettico di compenetrazione e rafforzamento reciproco:

Funzioni o potenze antitetiche, insomma, son fantasia e logica, non fantasia e intelletto: antitetiche, ma non così nettamente separate [...] il suo piacere è uno strumento di precisione che calcola senza saperlo (Pirandello 1960a: 178).

Tali idee, molto vicine alle convinzioni leopardiane ricordate in precedenza, hanno, in entrambi gli autori, una simile conseguenza immediata: per Leopardi il far parte "di quest'università ch'esaminiamo"14 impedisce agli esseri umani un totale distacco; il loro essere condizionati, irrimediabilmente, da sentimenti, desideri, bisogni 'naturali', nega la possibilità di ridurre la realtà naturale ad un sistema di principi e di regole fisse e immutabili.

Per Pirandello la vita

è un flusso continuo che noi cerchiamo d'arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d'arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, construendoci una personalità (Pirandello 1960b: 151).




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Questa visione comune della natura e della vita non richiudibili entro schemi esatti, e dell'impossibilità, per entrambi, di giungere a certezze stabili e incontrovertibili15 sono anch'esse il risultato della concezione, leopardiana e pirandelliana, del carattere negativo della conoscenza umana, il cui esempio forse più evidente è la concezione della rivoluzione copernicana, per Leopardi produttrice di infelicità in quanto appunto frutto di quell'albero della scienza il contatto col quale era stato vietato da Dio all'umanità. Introdotta all'inizio del quarto capitolo della Storia dell'astronomia16 e presentata poi comicamente nell'operetta morale intitolata al canonico polacco, (Operette: 437-459) la figura di Copernico ricopre già in Leopardi un ruolo che non è più di semplice astronomo, ma è già diventato filosofo; il canonico polacco infatti afferma:

Primieramente, per grande che sia la potenza della filosofia, non mi assicuro che ella sia tanto grande da persuadere alla terra di darsi a correre, in cambio di stare a sedere agiatamente; e darsi ad affaticare, invece di stare in ozio (Operette: 450).

Tale dignità filosofica gli verrà poi riconosciuta anche dal Sole a conclusione dell'operetta; egli stesso infatti ammette di essersi "voltato alla filosofia" e di cercare "in ogni cosa l'utilità", per cui, non vedendo ragione alcuna di "anteporre alla vita oziosa e agiata la vita attiva", se vuole fare in modo che la Terra cominci a muoversi sarà necessario ricorrere "a un filosofo", dato che i filosofi "sono cominciati a stare al di sopra" e godono ora di quel seguito di cui godevano un tempo i poeti.17 La nuova teoria eliocentrica era infatti destinata ad avere ripercussioni non solo in campo fisico e astronomico, ma anche, e soprattutto, sui sistemi intellettuali e metafisici,18 dato che la nuova teoria copernicana

al pensatore rinnuova interam. l'idea della natura e dell'uomo concepita e naturale per l'antico sistema detto tolemaico, rivela una pluralità di mondi mostra l'uomo un essere non unico, come non è unica la collocaz. il moto e il destino della terra, ed apre un immenso campo di riflessioni, sopra l'infinità delle creature che secondo tutte le leggi d'analogia debbono abitare gli altri globi in tutto analoghi al nostro, e quelli che anche saranno benché non ci appariscano intorno agli altri soli cioè le stelle, abbassa l'idea dell'uomo, e la sublima.19

In altre parole, come afferma Copernico stesso:

Ma ora se noi vogliamo che la Terra si parta da quel suo luogo di mezzo; se facciamo che ella corra, che ella si voltoli, che ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, né più né meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in fine, che ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche (Operette: 453).




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Non sorprenderà se, alla luce di questa affermazione, Mattia Pascal lancerà contro l'astronomo-filosofo quel 'Maledetto sia Copernico' che apre l'omonimo romanzo pirandelliano20 dato che, quando ancora non si pensava che la Terra girasse "l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sè e tanto si compiaceva della propria dignità". Ma questo non è più possibile da quando si sa che la Terra non è immobile al centro dell'universo, tanto che Mattia giunge ad affermare che

Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l'umanità irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo (Pirandello 1957: 268-269).

Questo rovesciamento di prospettiva che la scoperta copernicana produce o, meglio, dovrebbe produrre, non basta tuttavia a togliere all'umanità l'illusione antropocentrica che la anima:

E gli uomini si contenteranno di essere quello che sono: e se questo non piacerà loro, andranno raziocinando a rovescio, e argomentando in dispetto della evidenza delle cose; come facilissimamente potranno fare; e in questo modo continueranno a tenersi per quel che vorranno, o baroni o duchi o imperatori o altro di più che si vogliano (Operette: 454). 21

È così che essa persisterà nel proprio errore e il "mondo rovesciato" si rivela essere quello in cui gli esseri umani credono e in cui continuano a recitare i loro ruoli. E al Sole non interessa che gli esseri umani continuino a credersi signori dell'universo, dato che questa loro recita, che dura da secoli, continuerà ancora grazie alla loro arroganza nel non arrendersi all'evidenza delle cose.

È in quanto strappa all'essere umano la sua dignità che la rivoluzione copernicana, nella concezione di Mattia Pascal e di don Eligio, è destinata a fallire: "per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare le illusioni che la provvida natura ci aveva creato a fin di bene, non ci riusciamo" (Pirandello 1957: 269). La boria antropocentrica perdura se, come afferma Mattia,

anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle fornirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali (Pirandello 1957: 269). 22




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Ciononostante, Mattia si dimostrerà persuaso della necessità delle illusioni geo- e antropocentriche; e Pirandello, citando proprio Leopardi, dopo aver ricordato la scoperta copernicana che abbatte tali illusioni,23 coadiuvata dalla scoperta di "quel terribile strumento" che "ci diede il colpo di grazia", che subissò la terra e l'uomo e tutte le nostre glorie e grandezze, sembra concludere che, per fortuna,

è proprio della riflessione umoristica provocare il sentimento del contrario; il quale, in questo caso, dice: Ma è poi veramente così piccolo l'uomo, come il telescopio rivoltato ce lo fa vedere? Se egli può intendere e concepire l'infinita sua piccolezza, vuol dire ch'egli intende e concepisce l'infinita grandezza dell'universo. E come si può dir piccolo dunque l'uomo? (Pirandello 1960b: 156-157).

Questa affermazione-domanda, che sembra snobilitare l'essere umano, nello stesso modo in cui, leopardianamente, il sistema copernicano "abbassa l'idea dell'uomo, e la sublima", mostra in realtà come tale concezione venga relativizzata, dato che "è anche vero che poi egli si sente grande e un umorista viene a saperlo, gli può capitare come a Gulliver, gigante a Lilliput e balocco tra le mani dei giganti di Brobdingnag" (Pirandello 1960b: 157).24 Ad una concezione ordinata del cosmo se ne sostituisce pertanto una relativistica, per cui non solo ogni essere perde il suo posto stabilito nella gerarchia delle cose, ma non esistono nemmeno più valori assoluti. Lo stesso relativismo diviene un potente principio gnoseologico, tanto che, come sostiene Leopardi,

[s]i dice con ragione, massime delle cose umane, e terrene, che tutto è piccolo. Ma con altrettanta ragione si potrebbe dire, anche delle menome cose, che tutto è grande, parlando cioè relativamente, come ancor parlano quelli che chiamano tutto piccolo, perché né piccola né grande non è cosa niuna assolutamente. 25

Il cannocchiale, la "macchinetta infernale" viene pertanto ad assolvere a una duplice funzione: quella letterale, appunto dello strumento scientifico, che serve ad osservare i movimenti dei corpi celesti, insieme a un'altra, che ne fa una metafora dell'umorismo rendendolo una sorta di congegno/dispositivo artistico attraverso cui si può interpretare il mondo non prima di averne osservata e riconfermata l'irrilevanza. Da questo constatato "contrasto tra l'ideale e la realtà" (Pirandello 1960b: 145) l'umorista, riflettendo sulla costruzione illusoria che l'essere umano fa di se stesso, vedrà pure "il lato serio e doloroso; smonterà questa costruzione, ma non per riderne solamente; e in luogo di sdegnarsene, magari, ridendo, compatirà" (Pirandello 1960b: 146).

Questo stesso "sentimento del contrario" è pure all'origine del ridicolo leopardiano:

Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò che non sono. Il povero, l'ignorante, il rustico, il malato, il vecchio, non sono mai ridicoli mentre si contentano di parere tali, e si tengono nei limiti voluti da queste loro qualità, ma sì bene quando il vecchio vuol parere giovane, il malato sano, il povero ricco, l'ignorante vuol fare dell'istruito, il rustico del cittadino. [...] non per altra causa riesce insopportabile una quantità di persone, che sarebbero amabilissime solo che si contentassero dell'esser loro.26




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Ricalcando la massima di La Rochefoucauld secondo cui sono le qualità che si affetta di avere a renderci ridicoli,27 Leopardi ribadisce come il "voler essere ciò che non siamo, guasta ogni cosa al mond".

La potenza del riso pirandelliano, dal 'riso maligno' di Mattia Pascal a quello distruttore delle novelle Sua maestà e L'imbecille, a quello minaccioso perché incontenibile e inarrestabile di C'è qualcuno che ride è parallela alla concezione leopardiana della potenza 'terribile ed awful' del riso, dato che per Leopardi "chi ha coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha coraggio di morire".28 Il riso diviene così nei due autori il rimedio all'infelicità umana; ma mentre il riso umoristico di Pirandello è simpatetico nei confronti dell'essere umano, quello leopardiano spazia dalla simpatia alla vendetta. Se Eleandro/Leopardi tiene "per fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi" (Operette: 428)29 la vendetta sul mondo è lo scopo primario del riso maligno, sarcastico e disperato che anima le Operette morali.30

Come già Copernico ci è stato presentato, leopardianamente e pirandellianamente, come umorista, così pure Prometeo, simbolo dell'intelligenza e intraprendenza umana, viene introdotto come personaggio umoristico dai due autori. Protagonista, col suo ingenuo ottimismo, del "disperato umorismo"31 di un'operetta leopardiana Prometeo è il bersaglio dell'ironia del suo autore contro quella convinzione che vede consistere la perfezione dell'essere umano in una sua superiorità e diversità dall'ordine naturale degli esseri:

Ma l'uomo dovea ben tenere il primo rango, e lo terrebbe anche in quello stato naturale che noi consideriamo come brutale, non però dovea mettersi in un altro ordine di cose, e considerarsi come appartenente ad un'altra categoria, e porre dignità non nel primeggiare tra gli esseri, come avrebbe sempre fatto, ma nel collocarsi assolutamente fuori della loro sfera, e regolarsi con leggi apparte, e indipendenti dalle leggi universali.32

L'orgoglio del Titano, convinto che la propria invenzione degli esseri umani meritasse il riconoscimento degli altri dei, sarà destinato a crollare in seguito agli incontri con i vari esempi di umanità e i loro comportamenti.

Il Prometeo pirandelliano, dal canto suo, è responsabile di aver donato all'umanità la 'favilla' metaforica della ragione e della consapevolezza di noi stessi, che "ci fa vedere sperduti sulla terra" e, donandoci il "sentimento della vita" si rivela la "causa fatale" del suo stesso supplizio, che è poi anche il supplizio dell'umanità tutta. È questa la "lanterninosofia" del signor Anselmo Paleari, la convinzione che l'umanità sia parte della esistenza universale e la morte non rappresenti tanto "l'estinzione della vita", quanto piuttosto "il soffio che spegne in noi questo lanternino" e il senso "limitato, penoso, pauroso" che della nostra esistenza abbiamo (Pirandello 1957: 397-401).33 Si rivela così la paradossale contraddizione della condizione umana, artefice, tramite l'uso del lanternino di cui è dotata, della propria infelicità. La 'favilla' che aliena l'umanità dall'esistenza e dalla natura la allontana dalla felicità cui tanto agogna: mostrandole la sua insignificanza (tramite la rivoluzione copernicana) o col suo esercizio, scoprendo la contraddizione implicita dell'esistenza: l'impossibilità della felicità . L'impostazione di base della Scommessa di Prometeo è pertanto l'impossibilità che la natura avesse voluto l'infelicità umana,34 che è pertanto dovuta all'allontanamento dallo stato naturale, al processo di civilizzazione ritenuto invece universalmente la dimostrazione della capacità di perfezionarsi dell'umanità; l'assenza riscontrata dalla semi-divinità di un grado seppur minimo di 'stato naturale' nell'umanità rappresenta proprio la dimostrazione ultima della contraddittorietà della natura. Il credere e continuo ricercare la felicità, come pure la convinzione che quest'ultima risieda nell'avanzare e progredire umano, è pertanto oggetto di dure critiche e di spunti polemici manifestati da Leopardi, fra le altre, nella satira delle "magnifiche sorti e progressive" della Ginestra,35 da Pirandello nel lapidario giudizio dell'Umorismo, secondo cui "non è detto pur troppo che nel progresso consista la felicità degli uomini" (Pirandello 1960b: 138) e nella lunga diatriba contro la civiltà delle macchine avviata da Mattia Pascal:




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Oh perché gli uomini, [...] si affannano così a rendere man mano più complicato il congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimento di macchine? E che farà l'uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il così detto progresso non ha nulla a che fare con la felicità? Di tutte le invenzioni, con cui la scienza crede onestamente d'arricchire l'umanità (e la impoverisce, perché costano tanto care) che gioia in fondo proviamo noi, anche ammirandole? [...] Eppure la scienza [...] ha l'illusione di rendere più facile e più comoda l'esistenza! Ma, anche ammettendo che la renda veramente più facile, con tutte le sue macchine così difficili e complicate, domando io: E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi meccanica? (Pirandello 1957: 353)

La critica all'ideologia del progresso perpetuo e necessario si trasforma in Leopardi in un'accusa di dannosità in quanto porta a un peggioramento della condizione umana, che, nella Storia del genere umano, vede la propria condizione 'quasi gioconda' rovinata dall"'oziosità e la vanità [...] [che] di nuovo, dopo antichissimo esilio, occuparono la vita", reintrodottevi dai "molti ingegni trovati dagli uomini per provvedere agevolmente e con poco tempo ai propri bisogni" (cioè dai progressi tecnici) (Operette: 73) Quest'idea del progresso porta inoltre a un nuovo antropocentrismo, una sorta di "cristianesimo laico"36 che fa dell'essere umano il 'centro del mondo' trasformandolo nell'Uomo-Dio. L'ideale progressista verrà inoltre attaccato dalla satira veemente della Proposta di premi fatta dall'accademia dei Sillografi con la condanna dell'"età delle macchine" e con l'ironico rimprovero alla fiducia nell'avanzamento umano tipico del 'fortunato secolo' in cui la novella è ambientata; paradossalmente, auspicando la creazione di un automa che possa contenere in sè tutte le qualità che l'umanità sembra aver irrimediabilmente perduto, e che costituivano la sua vera sostanza, l'essere umano sarà assimilato da una macchina tanto che, anziché uscirne migliorato, ne uscirà invece annientato. Ma il perno della questione rimane sempre, invariabilmente, quello della felicità umana. E nemmeno il progresso tanto cantato dai Sansimoniani sarà in grado di garantirla; ed è in questa sua radicale, inesorabile insufficienza che risiede la sua implicita e implacabile condanna. La critica trova voce anche in Anselmo Paleari:

Mi conservo unicamente perché sento che non può finire così! Ma altro è l'uomo singolo, dicono, altro è l'umanità. L'individuo finisce, la specie continua la sua evoluzione. Bel modo di ragionare, codesto! Ma guardi un po'! Come se l'umanità non fossi io, non fosse lei e, a uno a uno, tutti. E non abbiamo ciascuno lo stesso sentimento, che sarebbe cioè la cosa più assurda e più atroce, se tutto dovesse consister qui, in questo miserabile soffio, che è la nostra vita terrena: cinquanta, sessant'anni di noia, di miserie, di fatiche: perché? per niente! per l'umanità? Ma se l'umanità anch'essa un giorno dovrà finire? Pensi un po': e tutta questa vita, tutto questo progresso, tutta questa evoluzione, perché sarebbero stati? Per niente? E il niente, il puro niente, dicono intanto che non esiste [...] Guarigione dell'astro, è vero? come ha detto lei l'altro giorno. Va bene: guarigione; ma bisogna vedere in che senso. Il male della scienza, guardi, signor Meis, è tutto qui: che vuole occuparsi della vita soltanto (Pirandello 1957: 363-364).




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Per Leopardi l'assurdità della convinzione della perfettibilità umana (tanto amata da Condorcet) è evidente in quanto nella sua visione era appunto l'incivilimento ad allontanare l'essere umano dalle condizioni di ignoranza e spontaneità che gli garantivano l'unica felicità possibile.37 Si riconfermano così il biasimo riversato contro "lo studio di quel misero e freddo vero" (cioè la filosofia), e la lode e l'esaltazione di quelle "immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che danno pregio alla vita"38 il cui ritorno servirà ad addolcire la conoscenza della squallida verità della condizione umana, dato che "non appartiene che all'immaginazione di procurare all'uomo la sola specie di felicità positiva di cui sia capace."39 Caduta ogni fiducia nel progresso la specie umana si trastulla così con altre 'favole'; prima fra tutte la speranza in una vita futura che Leopardi identifica come unico valido antidoto e compenso contro l'insoddisfazione della nostra condizione terrena40 e che Anselmo Paleari, proprio citando Leopardi, discute con Mattia Pascal nel tentativo di comprendere vita e morte: "Scusi, non vorrà dir nulla per lei che tutta l'umanità, tutta, dacché se ne ha notizia, ha sempre avuto l'aspirazione a un'altra vita, di là?" (Pirandello 1957: 363)41

Si riconferma così il carattere fondamentalmente positivo di questa 'illusione' e delle molte altre che la affiancano. Benché esse siano degli errori, esse sono tuttavia errori naturali e necessari, "ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini", senza le quali "la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa." 42 Uniche in grado di resistere al potere distruttivo della ragione, tanto che anche se

perdute una volta, né si perdono in modo che non ne resti una radice, vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l'esperienza, e certezza acquistata [...] a dispetto della ragione e del sapere.43

L'importanza assegnata sia da Leopardi che da Mattia Pascal/Pirandello alle illusioni, prima fra tutte quella della centralità umana nell'universo, conferma così la loro concezione negativa della filosofia soprattutto moderna, investita di valore distruttivo in quanto il suo progresso consiste nel dimostrare la falsità di ciò che si era creduto conoscere. Come spiega Leopardi, la filosofia antica era infinitamente superiore alla moderna, in quanto

i filosofi antichi volevano tutti insegnare e fabbricare: laddove la filosofia moderna non fa ordinariamente altro che disingannare e atterrare. [...] in effetto la cognizione del vero non è altro che lo spogliarsi degli errori.44

Anche Copernico, nella sua già discussa veste di filosofo, dimostra che la teoria geocentrica non era altro che un "inganno":45 il suo stesso procedere elenctico non insegna né fabbrica, ma piuttosto disinganna e atterra. La stessa rivoluzione copernicana viene così indirettamente ridimensionata, essendo investita di quel carattere negativo appartenente a tutta la filosfia moderna. L'illusione antropocentrica che aveva permesso al genere umano di evadere dal reale della sua misera condizione si trasforma così nella cognizione della sua stessa caducità. Il sogno diviene un incubo. Unico rimedio, il riso confortante di Eleandro o quello maligno di Mattia Pascal.





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Opere citate

Ferrucci, C. (1987): "Due estetiche ultrafilosofiche. Leopardi e Pirandello", in: Leopardi filosofo e le ragioni della poesia. Venezia: Marsilio.

Ferrucci, C. (1990): "Leopardi, Pirandello e la morale del dramma a tristo fine", in: Leopardi e noi. Roma: Studium.

Kuhn, T. (1957): The Copernican Revolution. Planetary Astronomy in the Development of Western Thought. Cambridge, Mass., and London: Harvard University Press.

Leopardi, G. (41990): Operette morali, a cura di C. Galimberti. Napoli: Guida.

Leopardi, G. (1990): Storia dell'astronomia, in: Tutte le opere, a cura di W. Binni ed E. Ghidetti, 2 voll. Firenze: Sansoni.

Leopardi, G. (1990): Tutte le opere, a cura di W. Binni ed E. Ghidetti, vol. I. Firenze: Sansoni.

Leopardi, G. (1991): Zibaldone di pensieri, a cura di Giuseppe Pacella, 3 voll. Milano: Garzanti.

Pirandello, L. (1957): Il fu Mattia Pascal, in: Tutti i romanzi, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti. Milano: Mondadori.

Pirandello, L. (1960a): "Arte e scienza", in: Saggi, Poesie, Scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti. Milano: Mondadori.

Pirandello, L. (1960b): "L'umorismo", in: Saggi, Poesie, Scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti. Milano: Mondadori.

Salsano, R. (1990): Pirandello novelliere e Leopardi. Roma: Lucarini.

Stasi, B. (1995): Apologie della letteratura. Leopardi tra De Roberto e Pirandello. Bologna: Il Mulino.

Tilgher, A. (1977): La filosofia di Leopardi. Bologna: Boni.



Note

1 Fra gli studi più recenti che si sono occupati del rapporto Leopardi-Pirandello vanno qui ricordati, oltre al già citato saggio di Ferrucci, dello stesso autore "Leopardi, Pirandello e la morale del dramma a tristo fine", in Leopardi e noi. Roma: Studium, 1990, 70-84, lo studio di Roberto Salsano, Pirandello novelliere e Leopardi. Roma: Lucarini 1980, e quello di Beatrice Stasi, Apologie della letteratura. Leopardi tra De Roberto e Pirandello. Bologna: Il Mulino 1995. Quest'ultimo lavoro è particolarmente interessante in quanto traccia il rapporto di conoscenza sia diretta che indiretta degli scritti leopardiani da parte di Pirandello.

2 Leopardi, G. (1991) Zibaldone di pensieri (= Zibaldone), a cura di Giuseppe Pacella, 3 voll. Milano: Garzanti, 3449, 16-18 settembre 1823. I numeri delle pagine si riferiscono al manoscritto leopardiano.




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3 Leopardi, G. (41990): Operette morali (=Operette) a cura di C. Galimberti. Napoli: Guida, 426-427.

4 Zibaldone: 2411, 2 maggio 1822; la conclusione cui arriva Leopardi nel corso di queste discussioni è che più ci si ama e più si è infelici.

5 Pirandello 1960b: 154; la sottolineatura è di Pirandello.

6 Zibaldone: 4129, 5-6 aprile 1825; si vedano anche le pagine 4099-4101 del 3 giugno 1824.

7 Zibaldone: 395, 9-15 dicembre 1820.

8 Zibaldone: 637-638, 10 febbraio 1821.

9 La stessa convinzione viene ribadita nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri: "Socrate affermava essere al mondo un solo bene, e questo essere la scienza; e un solo male, e questo essere l'ignoranza; disse [Ottonieri]: della scienza e dell'ignoranza antica non so; ma oggi io volgerei questo detto al contrario" (Operette: 346).

10 Si vedano sull'argomento le pagine 2705-2715 del 22 maggio 1823, nello Zibaldone.

11 Zibaldone: 114-115, 7 giugno 1820.

12 Zibaldone: 734, 8 marzo 1821.

13 "Falso" è usato da Leopardi con connotati positivi e come sinonimo di illusioni, gli elementi costitutivi della filosofia leopardiana; sinonimo di valori in cui l'essere umano credeva 'naturalmente' nell'antichità, e smascherate come costruzioni autoimposte, e perciò false, dall'avvento della ragione, le illusioni possono mantenere il loro valore positivo per l'umanità fintanto che esse vengono accettate come tali. Nella Storia del genere umano Leopardi le definisce "meravigliose larve", "fantasmi di sembianze eccellentissime [...] Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio, Amore, e altri siffatti nomi" (Operette: 71).

14 Zibaldone: 3242, 23 agosto 1823.

15 Si confrontino, sull'argomento, le affermazioni di Leopardi secondo cui "Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un nulla, non v'è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni" (Zibaldone: 99) con quelle di Pirandello, secondo il quale "Manca affatto alla nostra conoscenza del mondo e di noi stessi quel valore obiettivo che comunemente presumiamo di attribuirle. È una costruzione illusoria continua" (Pirandello 1960b: 146).

16 "Il trono di Ptolomeo [...] fu rovesciato da Copernico. Ad onta del suo assoluto dominio continuato per tanti secoli, ad onta della persuasione quasi di tutto il mondo, Copernico si accinse all'impresa, e le difficoltà istesse accrebbero il suo coraggio. Conveniva convincere di errore tutti gli uomini, mostrar loro che il credere la terra immobile e mobili gli astri, era un inganno, e persuaderli a negar fede ai loro sensi" (Leopardi, Tutte le opere 1990, vol. I: 672.

17 Il confessato passaggio del Sole dalla poesia alla filosofia ricalca il periodo autobiografico leopardiano del 1819, anno in cui il Recanatese afferma di essere diventato "filosofo di professione (di poeta che lui era)" (cfr. Zibaldone: 143-144). Ma il Sole riconosce anche, e implicitamente critica, con Leopardi, questa supremazia della filosofia sulla poesia; sempre nello Zibaldone (574-576) Leopardi aveva infatti ribadito come "nell'ultimo secolo la filosofia, la conoscenza delle cose, l'esperienza, lo studio [...] hanno fatto progressi tali, che tutto il mondo rischiarato e istruito, si è rivolto a considerar se stesso, e lo stato suo. [...] Ecco finalmente che la filosofia, cioè la ragione umana, viene in campo con tutte le sue forze, con tutto il suo possibile potere, i suoi possibili mezzi, lumi, armi, e si pone alla grande impresa di supplire alla natura perduta, rimediare ai mali che ne son derivati, e ricondurre quella felicità ch'è sparita da secoli immemorabili insieme colla natura".

18 Sulla portata della scoperta copernicana in campo extra-scientifico si veda T. Kuhn (1957).




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19 Zibaldone: 84 (senza data). Questo abbassare l'idea dell'uomo ricorda da vicino la Selbstverkleinerung, l'autodiminuirsi dell'essere umano appunto a conseguenza di questa nuova concezione astronomica, cui Nietzsche fa riferimento nella Gaia scienza.

20 Si veda l'introduttiva Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa (Pirandello 1957: 268).

21 Sempre su Copernico si vedano anche i Paralipomeni della Batrocomiachia, VII, strofe 14 e15, in: Tutte le opere: 282.

22 Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo Leopardi ironizza sulla tracotanza antropocentrica umana: "Che maraviglia? quando non solamente si persuadevano che le cose del mondo non avessero altro uffizio che di stare al servigio loro, ma facevano conto che tutt'insieme, allato al genere umano, fossero una bagatella" (Operette: 130). La luna e le stelle sono credute dagli uomini "moccoli da lanterna lassù nell'alto piantati a uso di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende" (Operette: 131). Si veda anche la lunga tirata della Luna nel Dialogo della Terra e della Luna; la Terra, che evidentemente vede e misura tutto in termini umani e terrestri chiede alla Luna: "Di che colore sono i tuoi uomini? Che uomini? E [...] non saranno già tutte bestie gli abitatori tuoi"; questa risponde prontamente: "Perdona, madonna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu di questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini." (Operette: 157 e 160) Infine il Sole ribadisce le stesse idee all'Ora prima: "Perché, sai che è? io sono stanco di questo continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi, che vivono su un pugno di fango, tanto piccino, che io, che ho buona vista, non lo arrivo a vedere: e questa notte ho fermato di non volere altra fatica per questo; e che se gli uomini vogliono veder lume, che tengano i loro fuochi accesi, o proveggano in altro modo" (Operette: 441).

23 "Uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, fu Copernico, che smontò non propriamente la macchina dell'universo, ma l'orgogliosa immagine che ce n'eravamo fatta. Si legga quel dialogo del Leopardi che s'intitola appunto dal canonico polacco" (Pirandello 1960b: 156).

24 D'obbligo, a questo punto, un riferimento alla ripresa kantiana della scoperta dell'astronomo polacco, operando quella che il filosofo stesso definisce la propria 'rivoluzione copernicana': proprio come Copernico, nel tentativo di spiegare i movimenti celesti si rese conto che le cose procedevano meglio se si facevano star fermi gli astri e muovere lo spettatore, così Kant pone nei procedimenti conoscitivi la base dei giudizi universali e necessari riguardanti la natura. Rendendo così l'essere umano possessore delle forme trascendentali della conoscenza, egli diviene anche il simbolo di quell'esaltazione dell'io che sembra contrastare il dogma copernicano.

25 Zibaldone, 3956-3957. Ne consegue anche una "pluralità di mondi" (84) che riporta Leopardi all'opera del Fontenelle, che il Recanatese cita nella Storia dell'astronomia (672) e che costituisce motivo ispiratore di numerosi passi di questa operetta.

26 G. Leopardi, Pensieri, in: Tutte le opere: 242 (pensiero XCIX).

27 De La Rochefoucault, Maximes, 134: "On n'est jamais ridicule par les qualités que l'on a, que par celles que l'on affecte d'avoir".

28 Zibaldone: 4395, 23 settembre 1828.

29 Si veda sull'argomento anche la lettera a Pietro Giordani datata 18 giugno 1821 (Tutte le opere: 1121-1122) nella quale, dopo aver chiesto all'amico di trasformarsi "di Eraclito in Democrito", come già aveva fatto lui stesso, ribadisce che: "il riso intorno agli uomini ed alle mie stesse miserie, al quale mi vengo accostumando, quantunque non derivi dalla speranza, non viene però da dolore, ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici soggiogati dalla necessità collo spogliarli non del coraggio di combatterla, ma dell'ultima speranza di poterla vincere, cioè la speranza della morte".




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30 [...] "quando l'essere umano ha raggiunto un grado tale di infelicità da non essere più ad essa indifferente, e passa a odiare la vita e se stesso, allora "è il tempo di quel maligno amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l'ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità" (Zibaldone: 87, senza data; la sottolineatura è di Leopardi). In un'altra lettera all'amico Giordani datata 4 settembre 1820 (Tutte le opere: 1109) Leopardi afferma che in quei giorni, "quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche", anticipando così la creazione dei dialoghi citati.

31 Operette: 169-191; la definizione qui data è di Ferrucci (1987: 150).

32 Zibaldone: 328, 14 novembre 1820.

33 Alcuni brani saranno ripresi quasi letteralmente quattro anni dopo nell'Umorismo.

34 "[...] la felicità consiste nell'ignoranza del vero. E questo appunto perché il mondo è diretto alla felicità, e perché la natura ha fatto l'uomo felice. Ora essa l'ha fatto anche ignorante, come gli altri animali. [...] se la natura ha voluto incontrastabilmente la felicità degli esseri, perché supponendo che l'abbia posta riguardo all'uomo nella cognizione del vero, ha nascosto questo vero così gelosamente che secoli e secoli non bastano a discoprirlo?" (Zibaldone: 326-327, 14 novembre 1820).

35 Si vedano anche la polemica contro l'idea del progresso che permea la Palinodia Al marchese Gino Capponi (Tutte le opere: 38-41) e la lettera a Pietro Giordani del 24 luglio 1828 (Tutte le opere: 1320-1321), nella quale il Recanatese ride del "furore di calcoli e di arzigogoli politici e legislativi", ribadendo contrariamente alle opinioni correnti l'impossibilità di raggiungere la perfezione e, con essa, la felicità.

36 La definizione è di A. Tilgher (1977: 61).

37 Si vedano al proposito le pagine 2392-2395, 5 marzo 1822, dello Zibaldone.

38 Così vengono descritte le illusioni nel Dialogo di Timandro e di Eleandro (Operette: 433-434).

39 G. Leopardi, lettera a A. Jacopssen del 23 giugno 1823 (Tutte le opere: 1165-1166. La traduzione dal francese è mia).

40 Zibaldone: 40 e 44 (senza data).

41 Anselmo Paleari parla di Leopardi come di una "potentissima luce dell'anima" che brillava in un "corpo estremamente estenuato".

42 Zibaldone di pensieri: 51 e 99 (senza data).

43 Zibaldone: 213-216, 18-20 agosto 1820.

44 Zibaldone: 2709-2710, 21 maggio 1823. Si vedano inoltre, sullo stesso argomento, le pagine 2714-2715, scritte il giorno successivo, e la pagina 4192 del 1 settembre 1826.

45 Leopardi, G: Storia dell'astronomia: 672.